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4 gennaio 2007
Davide Brullo su Leopardi: strepitoso!
Eccovi la più bella poesia d’Italia Vince il primo premio assoluto il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, il poemetto con cui Leopardi ha cambiato per sempre la storia della letteratura italiana. E forse anche la storia della nostra vita di Davide Brullo Esattamente cent’ottanta anni fa, per la precisione nel settembre 1826, il Journal des Savants pubblicava un articolo del barone de Meyendorff dal titolo, esotico come un romanzo di Salgari, Voyage d’Orenbourg à Boukhara fait an 1820. Il ramingo barone, probabilmente, non avrebbe mai pensato che quel reportage, peraltro trascurabile per la storia dell’antropologia o per la storia dei viaggi celebri, sarebbe divenuto importantissimo per la storia della letteratura italiana. «Plusieurs d’entre sux (d’entre les Kirkis) […] passent la nuit assis sur une pierre à regarder la lune, et à improviser des paroles assez tristes sur des airs qui ne le sont pas moins», scrive il barone in uno dei passaggi più abbaglianti. Proprio in quello mette capo e penna Giacomo Leopardi, e la sua strepitosa modernità è pure in quello, nel prendere scatto da materiali spuri, tutt’altro che letterari, come l’Eliot che guarda a James G. Frazer e a Jessie L. Weston, e tra il 22 ottobre 1829 e il 9 aprile 1830 scrive la poesia più bella della nostra storia, il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. La più bella perché la più radicale. Quella che ci commuove come cormorani e ci fa rizzare il pelo come lupi guardinghi. In quell’inno il Leopardi mette a fuoco come mai i suoi temi nevralgici, e ce li serve sul piatto spogli, nudi, estremamente netti. La poesia del nostro Novecento è costellata di poeti “radicali”, anzi, la radicalità è divenuta all’incirca il marchio che distingue la buona dalla cattiva lirica. Pensiamo a Ungaretti e a Montale, a Luzi e a Caproni: eppure, nessuno si è sporto così oltre e «con così disperata decisione e rigore» (Sergio Solmi). La modernità postumana di Leopardi è tutta lì, nel metterci sull’orlo dell’abisso e abbandonarci imbambolati. In questo inno, poi, ogni cosa è chiara fin dal principio, fin dalla “cornice” lirica. Siamo nelle sterminate, spaventose e spaesanti pianure asiatiche, le terre degli sciti, dei kirghisi e dei kazaki, sono i «deserti» che Leopardi nomina costantemente, in cui si va «per sassi acuti, ed alta rena, e fratte». Zone lunari, in cui è rara la cosa che vive. D’altro lato, il monologante è un pastore, l’essere più nudo, il grado zero dell’umanità. Altre volte Leopardi ha scritto delle poesie che sono dei monologhi, si pensi all’Ultimo canto di Saffo, ma lì è una poetessa, e la più grande della lirica occidentale, a cantare, qui è un capraro. Qual è il punto traumatico? Insomma, cosa fa di decisivo il Leopardi? Va, anche a un livello di “trama”, alle origini dell’uomo, ricostruisce un’ancestralità dura e rude. Solo in questo modo, in uno stadio, quasi preumano, o meglio, immediatamente sorgivo, oppure, se ci piace di più, postatomico – quanto Beckett è già compreso in questa primitiva linearità! –, egli può mettere in bocca al suo pastore le domande che da sempre sconquassano l’uomo. Per di più, l’inno si colma di ambiguità: esso è “notturno” e il vaccaro è “errante”, vaga per le piane asiatiche conducendo il suo gregge, sì, ma, anche, “erra”, sbaglia, si perde. Magnifica ambivalenza leopardiana, che disinnesca fin dal principio la coerenza del proprio argomentare. Concediamogli pure qualche vanteria romantica, uno sguardo a Edward Young e un tocco di primitivismo tanto alla moda: ma lì si sta impacciati tra flauti frizzanti, qui suona il tuono di Cerbero. Ebbene, cosa si domanda questo pastore che è lo stampo di un Giobbe dagli occhi a mandorla, privo di alcun dio, e che perciò parla con la luna che comprende «il perché delle cose» e conosce «il tutto», eppure rimane muta, come l’occhio smisurato di un demone maligno, «e forse del mio dir poco ti cale»? Procede, lo si dichiarava prima, per interrogazioni prime e ultime. «A che vale/ al pastor la sua vita,/ la vostra vita a voi? dimmi: ove tende/ questo vagar mio breve,/ il tuo corso immortale?» (vv. 16-20); «Se la vita è sventura/ perché da noi si dura?» (vv. 55-56); «a che tante facelle?/ che fa l’aria infinita, e quel profondo/ infinito seren?/ che vuol dir questa/ solitudine immensa?» (vv. 86-89). Ergo: il Leopardi nei panni di un pastore, che ha molta poca voglia di bucoleggiare, chiede alla superumana luna di dirgli il perché del male nel mondo, il senso della vita e, in ascensione strabiliante, il motivo che regge il cosmo, che lo giustifica. In sostanza: che senso ha ogni cosa? In verità il pastore, la cui crisi preannuncia tutto l’esistenzialismo con molta più chiarezza di un Kierkegaard e uno scrittore come Albert Camus, che al principio del Mito di Sisifo ammette chiaramente come «vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio», ha le sue risposte. La luna non gli risponde e lui si risponde da sé. Fin dalla stanza del «Vecchierel bianco, infermo», ripresa sì, ma con deviazione lampante, dal Canzoniere del Petrarca (sonetto XVI), ma anche da un’antica e sorprendentemente equivalente riflessione condotta sullo Zibaldone in data 17 gennaio 1826. La modernità del Leopardi è anche in quella Wunderkammer appena arredata dal re degli inferi che è lo Zibaldone: nessun poeta italiano fonda la propria opera lirica su un così inesausto e massiccio sforzo di pensiero. Ebbene, lì, su quell’«abisso orrido, immenso» in cui termina la vita dell’uomo, che «corre via, corre, anela» (che fragorosa semplicità in questo verso che descrive un’esistenza!), in quella stanza che certifica come l’eretto venga al mondo per morire, la poesia potrebbe terminare. Eppure siamo al verso 38, ne mancano ancora 105. In questo canto Leopardi procede per asserzioni drammatiche, ma è come se queste non lo accontentassero, ha bisogno di riflettere ancora e ancora. E il movimento del canto è quasi un susseguirsi di onde, che hanno un culmine, scrosciano e poi ripigliano turbine. Dopo la domanda centrale, basica, quella che spacca ogni uomo, posta in zona quasi nucleare, «ed io che sono?» (v.89), giunge l’estrema, terribile, altra asserzione finale: «Questo io conosco e sento,/ che degli eterni giri,/ che dell’esser mio frale,/ qualche bene o contento/ avrà fors’altri; a me la vita è male» (vv. 100-104). Soli, sul ciglio del baratro Persino qui, in un luogo in cui la poesia parrebbe terminare, essa trova altro fiato. E, soprattutto, un altro interlocutore. Il pastore non parla più alla luna, che gli è indifferente, e si rivolge al proprio gregge. Che, fin da subito, “posa”, mentre egli non ha né tregua né riposo. Naturalmente l’asiatico non può chiedere al gregge di risolvere il mistero della vita, del mondo e dei mondi, no, ma chiede una cosa più intima: «perché giacendo/ a bell’agio, ozioso,/ s’appaga ogni animale;/ me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?» (vv. 130-132). Il tedio, più che la “noia” del bizzoso danaroso è il continuo struggersi e rovinarsi attorno agli interrogativi primordiali che come un uncino perforano l’uomo. Perché, si chiede il pastore, «uno spron mi punge» nonostante non ci sia una ragione reale, palese, palpabile, per soffrire? Che modernità lancinante: Leopardi ci dice che l’uomo è uomo in quanto schiacciato, scardinato da un interrogativo che lo coglie e consuma. Ma è l’ultima stanza a decretare il genio di Leopardi. Fino a qui, infatti, pur sistemati in un linguaggio denso e inossidabile, ci abbagliano come marchi incandescenti gli interrogativi che ciascuno di noi in un istante di quiete si pone: chi siamo, dove andiamo, che senso hanno le cose, hanno un senso le cose? Per di più il celebre assioma conclusivo «è funesto a chi nasce il dì natale», ci sembrerebbe algidamente coerente all’inno. È ciò che ci aspettiamo: la “firma” a un “compito” egregiamente svolto. Sono i tre rintronanti, ossessivi «forse» che punteggiano la stanza a spaesarci. Il pastore pensa che “forse” sarebbe felice se fosse un uccello o un tuono o un qualsiasi altro essere della natura, poi indietreggia, precisando che “forse” si sbaglia, che “forse” in ogni forma del creato è presente quel “male di vivere” che lo attanaglia. Ecco a voi l’ambiguità poetica. Leopardi, lo si è detto, non è un filosofo, egli ci mette sull’orlo del baratro lasciandoci i legni con cui costruirci la forca o un ponte per varcarlo. Qui, mirabilia, la trinità dei “forse” c’induce a pensare che “forse” non «è funesto a chi nasce il dì natale», o che “forse” la sofferenza è costituiva di questo come di ogni altro mondo. Inizio e termine del canto Per comprendere la potenza inaudita di Leopardi occorre rivolgersi a Giuseppe Ungaretti, leopardiano di ferro fin dal «La morte/ si sconta/ vivendo» de Il porto sepolto, e che inserì il recanatese in una celebre lista dei propri parenti più prossimi comprendente William Blake, Friedrich Hölderlin e Lautréamont. Nel poemetto in quattro tempi La pietà, datato 1928 e raccolto nel Sentimento del tempo, abbiamo quasi un controcanto all’inno del pastore errante. Anche questo è un monologo, benché frantumato – il frammento è la misura di Ungaretti come quella di tutto il Novecento deturpato dalle granate e dai tagli - fratture delle trincee –, in cui il poeta è, lo si dice in principio, a mo’ di esergo, «un uomo ferito». Il linguaggio di Ungaretti, altrove dall’andazzo più “classico”, è qui “in bianco”, chiaro, netto, necessario. Non c’è nulla di più né nulla di meno, non c’è spreco. È come se di Leopardi fosse stata setacciata ogni scoria di letterarietà. Lo stato dell’erranza è una dimensione dello spirito («E mi sento esiliato in mezzo agli uomini»), l’uomo è «attaccato sul vuoto». Eppure, la “risposta” di Ungaretti è diversa da quella di Leopardi. Qui c’è un uomo che, pure nel centro della barbarie, prova compassione per i propri simili («Ma per essi sto in pena»), soffre la loro sofferenza con la propria. In Leopardi non ci sono uomini, non c’è pietà. Nel canto di Ungaretti, poi, l’interrogato, in un periodare secco e fesso, quasi da reduce appena risorto dal macello prodotto da una mitragliata, non è la luna ma Dio. Sì, c’è Dio, e dunque c’è qualcosa, forse un dio che gode del dolore umano, o a cui non interessa nulla di quella sua creatura imperfetta («Di noi nemmeno più ridi?»), eppure c’è. Al Leopardi, molto semplicemente, interessava uno stadio dell’uomo in cui gli dèi non erano ancora sorti, l’unico istante in cui nella loro crudezza potessero sorgere quelle imperative domande affilate che abbiamo letto. In Ungaretti c’è un mondo popolato di morti (con passaporto hölderliniano: «Loro è la lontananza che ci resta,// E loro è l’ombra che dà peso ai nomi»); in Leopardi il mondo è solamente morituro, poi c’è l’oblio, non se ne ricava un resto aureo. E nonostante il verso finale di Ungà sia drammatico, con quell’uomo che pare intagliato da Giacometti che per nominare l’Eterno, sua consolazione e sua pena, «non ha che le bestiemmie», non cambia molto: da una parte c’è Leopardi che parla di un mondo primordiale ma già concluso, che non consente lo scorrere di altre ere, dall’altra Giuseppe che giunge quando tutto è passato, in luogo postumano. Come l’inizio e il termine del canto.
(da www.ildomenicale.it)
Canto notturno di un pastore errante dell'Asia - Giacomo Leopardi
La pietà - Giuseppe Ungaretti
| inviato da il 4/1/2007 alle 11:2 | |
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